Se nel corso del '700 il numero
degli ebrei residenti a Pisa si mantenne costante,
con l'inizio del secolo successivo il nucleo
ebraico riprese invece a crescere. Un primo
sostanzioso aumento si ebbe già in epoca
napoleonica con il trasferimento a Pisa di
numerosi negozianti livornesi; nei decenni
successivi l'immigrazione di parecchie famiglie
benestanti, che aprirono, nel quadro di una
generale ripresa economica, solide attività commerciali
e manifatturiere, permise un'ulteriore crescita,
elevando nel contempo il livello sociale della
Comunità. Il positivo trend demografico
conobbe la sua massima espansione verso la
fine dell'800, quando si calcola che nella
città tirrenica vivessero circa 600
ebrei.
Nei primi decenni del XX secolo
gli strati medio-alti della popolazione ebraica
apparivano ormai ben inseriti nella classe
dirigente cittadina, figurando nelle associazioni
politiche e professionali, nel governo locale
(Alessandro D'Ancona ricoprì la carica
di sindaco tra il 1906 e il 1907), nelle istituzioni
in genere; cospicua era inoltre la presenza
di docenti ebrei nell'ateneo pisano. Lo scoppio
della prima guerra mondiale vide le famiglie
più rilevanti impegnate in iniziative
patriottiche e assistenziali; parecchi giovani
ebrei furono, del resto, tra i militari toscani
caduti al fronte.
Con l'avvento del fascismo i
membri della Comunità si orientarono
variamente, sulla base di scelte familiari
o individuali, continuando, comunque, a partecipare
attivamente alla vita cittadina. Nell'autunno
del 1938 l'emanazione delle leggi razziali,
preceduta da una violenta propaganda antisemita
che non trovò a Pisa terreno fertile,
ebbe come immediata conseguenza l'espulsione
dall'Università di un folto gruppo tra
docenti, assistenti e studenti stranieri di "razza
ebraica". Allontanati dalla amministrazione
pubblica, dalle professioni, dalle attività individuali
e commerciali, dalle scuole "di ogni ordine
e grado", non pochi ebrei lasciarono la
città per andare a studiare all'estero
o per cercare altrove nuove opportunità di
lavoro.
L'8 settembre del 1943 trovò gran
parte della popolazione pisana sfollata nelle
campagne a causa dei bombardamenti. Irreperibili
ai loro domicili, diversi componenti la Comunità,
tra cui il rabbino Hasdà a la moglie
Bettina Segre, furono arrestati in altre località toscane
ed avviati ai campi di sterminio. In città gli
arresti avvennero nel maggio dell'anno seguente;
i sette ebrei catturati, rinchiusi nel carcere
di via Don Bosco in attesa di essere trasferiti
nel campo di transito di Fossoli, riuscirono
però ad evadere qualche settimana più tardi
grazie ad un ammutinamento dei detenuti comuni.Il
1 agosto 1944, mentre a Pisa era divisa in
due dal fronte, il Presidente della Comunità ebraica
Giuseppe Pardo Roques, fu massacrato da un
gruppo di soldati tedeschi nella sua abitazione
di via Sant'Andrea 22, assieme a sei correligionari
suoi ospiti, a tre domestiche cristiane e a
due vicini, casualmente presenti al momento
dell'irruzione. Le modalità dell'eccidio
e il successivo saccheggio dei preziosi arredi
di casa Pardo fanno ritenere che lo scopo degli
assassini fosse la rapina; forte resta, malgrado
un processo celebrato nel dopoguerra e conclusosi
con una sentenza assolutoria, il dubbio che
essi abbiano avuto la complicità di
un delatore.
La Comunità Ebraica di
Pisa si è faticosamente ripresa dal
secondo conflitto mondiale. Oggi la sua giurisdizione territoriale comprende
anche Lucca e Viareggio.