L'avvento, nell'autunno del 1406, della dominazione
fiorentina segnò per il prestito ebraico
pisano l'inizio di una convulsa fase di transizione,
che si concluse tra gli ultimi mesi del 1407
e i primi dell'anno seguente con la concentrazione
di tutte le attività feneratizie in un
unico banco, gestito da Vitale di Matassia "de
Sinagoga". I "de Sinagoga", che
assunsero ben presto il cognome "da Pisa",
mantennero il monopolio del prestito cittadino
sin quasi alla fine dl secolo, divenendo i principali
esponenti dell'ebraismo pisano. Favoriti dalla
protezione dei da Pisa, nel corso del XV secolo
altri ebrei si stabilirono nella città tirrenica,
esercitando le più varie attività e
tessendo con i nuclei di correligionari, sparsi
un po' ovunque nel bacino del Mediterraneo, una
fitta rete di relazioni.
Nel 1494 la caduta dei Medici a seguito della
discesa del re di Francia Carlo VIII° e la
ribellione di Pisa contro la Dominante comportarono
la revoca delle concessioni feneratizie e l'istituzione
del Monte di Pietà; l'insediamento ebraico
pisano, seppur ridimensionato, non conobbe comunque
soluzioni di continuità e, anzi, con il
ritorno della città sotto il governo di
Firenze nel 1509 e, soprattutto, con il reinsediamento
dei Medici al potere tre anni più tardi,
riprese vigore. Il banco, gestito ancora da un
ramo della famiglia da Pisa, venne riaperto nel1514
e rimase in funzione al1527, quando il temporaneo
ripristino della repubblica fiorentina provocò una
nuova proibizione del prestito ebraico. Le attività feneratizie
poterono riprendere, dopo la breve parentesi
repubblicana e i primi, difficili anni del ducato
mediceo, solo nel 1547 con l'arrivo a Pisa del
banchiere senese Laudadio da Rieti, attorno al
quale andò raccogliendosi nei decenni
successivi un nucleo ebraico relativamente consistente.
Nel 1570 la concentrazione degli ebrei che
vivevano nel Granducato di Toscana nei ghetti
di Firenze e di Siena e la definitiva proibizione
del prestito su pegno non comportarono la totale
espulsione della popolazione ebraica dalla città tirrenica,
nella quale continuò a dimorare, seppur
privo di strutture comunitarie, un piccolo insediamento,
composto da "italiani" e da un numero
crescente di "levantini", dediti per
lo più alla mercatura. La componente "levantina" divenne
fortemente maggioritaria nell'ultimo scorcio
del XVI secolo, a seguito della concessione,
fra il 1591 e il 1593, da parte del Granduca
Ferdinando I di particolari privilegi, le Lettere
Patenti conosciute come "Livornine",
ai mercanti ebrei che volessero trasferirsi a
Pisa e, appunto, a Livorno. Le garanzie riguardano
il rispetto delle libertà religiose, personali
e commerciali previste nelle "Livornine" attiravano
verso i due centri interessati una vera e propria
ondata immigratoria, fatta non solo di mercanti,
ma anche di manifattori, specialmente del ramo
tessile. A Pisa la continuità degli arrivi
portò la "nazione" ebraica a
toccare, intorno al 1615, le 500 anime; già verso
la fine del 600 però gli effetti della
peste e, soprattutto, l'attrazione del vicino
porto di Livorno, allora in pieno sviluppo, avevano
pressoché dimezzato il numero.