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Se
la prima testimonianza diretta dell'esistenza
a Pisa di una comunità ebraica risale
alla seconda metà del XII secolo, la stabile
presenza di ebrei a Luni e a Lucca, documentata
assai prima del Mille, rende piuttosto probabile
che in questa stessa epoca essi risiedessero,
più o meno continuativamente, anche in
un centro portuale come Pisa, che, oltre ad essere
il principale approdo toscano, costituiva un
ideale punto di transito per i traffici che collegavano
l'Oriente al cuore dell'Europa. Ed altrettanto
plausibile è la frequentazione del porto
pisano nel più che secolare periodo che,
immediatamente dopo l'anno mille, vide la grande
espansione mediterranea della città, da
parte di ebrei la cui principale funzione era
verosimilmente quella di far da tramite in campo
commerciale, ma anche culturale, tra aree cristiane
e mondo islamico. Documentata con certezza in
un atto rogato nell'859 è comunque la
proprietà di un Donato "ex genere
Ebreorum" a Fabbriche di Cigoli, nel Valdarno
inferiore, in prossimità di S. Miniato;
e sappiamo dal resoconto di viaggio dell'ebreo
spagnolo Beniamino da Tudela che interno al 1160
viveva a Pisa una ventina di ebrei. Della continuità di
questo insediamento sono prova le iscrizioni
funerarie in caratteri ebraici, databili alla
seconda metà del '200, presenti sul lato
estremo delle mura occidentali, nelle immediate
adiacenze della Piazza del Duomo, e soprattutto,
una norma statutaria, deliberata sul finire del
secolo, che imponeva agli ebrei di risiedere
tutti in un medesimo luogo della città,
il cosiddetto "classus iudeorum", in
cui peraltro essi si erano già raggruppati
spontaneamente. L'assenza di barriere fisiche
di separazione, la possibilità anche per
i cristiani di risiedervi, la libertà di
circolazione e di scelta della zona da abitare
ci dicono che siamo in presenza non tanto di
un ghetto, quanto di una concentrazione volontaria,
che gli ebrei pisani lasciarono nei primi decenni
del '300, quando si trasferirono, passando l'Arno,
in uno o più edifici nella cappella di
San Lorenzo in Chinseca, grosso modo tra le odierne
via San Martino e Piazza Chiara Gambacorti. Intorno
alla metà del XIV secolo la presenza ebraica
in città dovette però conoscere
una crisi, come si può ipotizzare dalla
scarsità di riferimenti documentari e
dall'emissione, nel giugno 1353, di un bando
che invitava gli ebrei a stabilirsi a Pisa. Nell'immediato
l'appalto, con tutta evidenza rivolto a mercanti
che potessero dare un apporto al rilancio della
ormai stagnante economia pisana, non produsse
gli effetti sperati; solo qualche decennio più tardi,
nel quadro della capillare diffusione in molte
zone dell'Italia centrale della banca ebraica,
si registrò il massiccio arrivo nella
città tirrenica di ebrei prestatori, per
lo più di origine romana.
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Passata
a Pisa ai Visconti nel febbraio 1399, il 20 ottobre
di quell'anno il luogotenente
del Duca di Milano e gli anziani di Pisa concessero
ai prestatori ebrei i primi capitoli che siano giunti
per la città. Di durata decennale a partire
dalla scadenza dei precedenti, che risalivano probabilmente
al Gambacorta, i capitoli, stipulati con Sabato di
Dattilo da Roma e suo figlio Musetto, ma validi per
qualsiasi ebreo prestatore, non ponevano alcun limite
al proliferare dei banchi, purché per ciascuno
di essi fosse versata una tassa annuale di 100 fiorini
d'oro. |